E' a letto, impossibilitato a parlare, a muoversi, l'intero corpo è paralizzato, piagato dal decubito, necessita di assistenza continua, la moglie e un sistema di rotazione di infermieri e volontari. Vuole morire.
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Le parole cadono.
Le immagini cadono.
Le cose ultime, madre mia, e allora dico: "Vediamo. Portami da loro. Lo faccio io".
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"Sa cosa comporterà tutto questo vero?".
Annuisco.
"Lei e questa società siete in un conflitto insanabile, se accetta di compiere quest'atto. Non lo fa per amore, perché ancora non lo ha visto a letto. Non è carità e nemmeno ideologia, vero?".
Scuoto la testa. "Non mi frega niente di quello che può accadere. Non è la prima volta che vado a processo".
Si sta per voltare ed è sorpresa. "Per quale reato, se posso permettermi?".
"Diffamazione. Adesso è penale".
"Non è omicidio".
"Lo dice Lei".
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Non è possibile la putrefazione in vita?, è vero?
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Mi fissa. Non sono a disagio. "Lei è un'allegoria dell'Italia" gli dico.
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"LEI-HA-PIETA'-DI-ME?"
Lo osservo. Il camice spiegazzato. Le piaghe i cui lembi divergono per mettere a nudo la carne viva. Viva... "Non lo so" rispondo.
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"Il dilemma morale è tutto"
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La moglie è in cucina, la porta della stanza è chiusa, le flebo rilasciano le loro gocce che non curano nulla.
Che significato ha?
E' questa la cosa per niente divertente che non farò mai più? No. Allora è divertente? No. Allora la farò ancora? No.
E' difficile discriminare in sé. Chi discrimina l'"io" non può essere l'"io", poiché vede l'"io": quindi sta fuori dell'"io": di cosa si tratta? Cosa eccede l'"io" e lo vede? E' difficile trovarsi? No. Sì.
Trovatevi. Fatelo.
Faccio ciò che devo fare.
Compio ciò che devo compiere.
E' compiuto?
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